La metto così come è.... lo sfogo di un collega.

In questi giorni abbiamo celebrato, attraverso il silenzio e la scarsezza di contenuti, un lutto intimo già personale, anche sulla nostra pagina, per la notizia appresa della morte del nostro fratello Giuseppe Iacovone, morto nell’adempimento del proprio dovere.
Leggendo l’articolo di Michele Rinelli “Da quella società che celebra gli ergastolani: Onore a Giuseppe Iacovone” non ho potuto far altro che provare ulteriore rabbia per l’evidente verità che emerge da questo.
In questo momento storico è vero che tanta gente ci dipinge come “pecorelle” , ma questo sarebbe la parte minore, perché nell’offesa ci può essere il riconoscimento di un valore in quella figura, l’appartenente alle forze dell’ordine, che in quel momento,dell’offesa, è un antagonista da combattere oltre che fisicamente anche psicologicamente. Ma oggi cos’è che turba e rende vana la morte di un coetaneo,collega, amico , fratello, che lascia attorno a se nella propria vita e in questa divisa , un vuoto e un dolore incolmabile, nella nostra Polizia , nelle nostre istituzioni, nella nostra patria; è appunto “l’inutilità del valore riconosciuto”, l’inutilità e la frustrazione di non appartenere più a nulla, di essere sottoinsieme del nulla, nel nulla istituzionale nel sentirsi sempre meno utili, sempre più attaccati, non valorizzati, da tutti ed in tutti i fronti, questi sentimenti ormai diffusi convivono giornalmente con molti di noi.
Turba, il non essere riconosciuto come “simbolo d’Italia”, come istituzione valorosa nonostante il sacrificio quotidiano dato da uomini e donne e i morti del passato e del presente, che da sempre hanno dato vita alla Polizia di Stato quella con la “P” e la “S” maiuscola, quella democratica e civile di “SUB LEGE LIBERTAS” di cui i risultati sono paventati come propri da governi vecchi e nuovi; l’Italia non era nazione e da sempre nei simboli ha cercato la propria identità e non deve abbandonare questa ricerca assolutamente, la Polizia è e deve rimanere un Simbolo d’Italia. In molte nazioni del mondo, in quelle più serie ed esemplari, la morte di un Poliziotto, di un Militare di un uomo delle istituzione “è la morte della nazione”, bandiere a mezz’asta , divise qua e la , si muove la politica i giornali e le tv, l’Italia invece si perde nella disgregazione, si perde e si indirizza sempre più verso l’autodistruzione, non utilizza questi uomini disposti a dare la propria vita per degli ideali, per un dovere intrinseco, come esempio per tutti, tant’è che chi ne dovrebbe parlare come esempio e con tristezza non lo fa.
Mi sono sorpreso infatti, come Il Presidente della Repubblica che tanto Noi stimiamo e abbiamo sostenuto per il suo impegno nella ricerca di una identità nazionale più diffusa e sentita, in questi giorni non abbia pianto pubblicamente Giuseppe, uno di noi , come un suo figlio , un figlio delle istituzioni , della democrazia , della patria Italia una, unica, esemplare, unita, da lui tanto proclamata in questi anni. Su quella Pantera c’era Giuseppe, ma Giuseppe è tutti noi , Giuseppe siamo noi, ognuno di noi poteva essere su quell’auto. In ogni Pantera, in ogni auto della Polizia, c’è un uomo delle istituzioni che ogni giorno fa il proprio dovere e come dice , appunto Michele Rinelli :‎"Per quanto assurdo sembri quando ti lanci dietro a un folle che scappa con una macchina a tutta velocità non ci pensi minimamente al tuo stipendio, alla tua vita, alla tua famiglia a quello che lasceresti: ti lanci, lo insegui e capita che muori perché quella è la tua vita e quello era ed è il tuo dovere". Forse allora fratelli, dovremmo iniziare a pensare; Pensare alle nostre belle vite personali, alle nostre madri e padri , fidanzate, compagni e mogli; Pensare ai nostri figli , pensare a tutto quello che è nostro è più personale e dare a questo il giusto valore, quello prioritario e perché no, assoluto. Perché, ahinoi idealisti, viviamo in questa società, che perde interi giorni , dedica intere trasmissioni a parlare della Moldava se o non era l’amante di Schettino, trascurando i morti, affogando dolori in un risvolto sessuale sicuramente secondario; In questo paese che dedica intere trasmissioni , lodi e parole a Personaggi, che parole neppure meritano, come Vallanzasca condannato a quattro ergastoli e 290 anni di reclusione.
Pensare a questo, non significa non lavorare o non essere professionali, ma togliersi di dosso quei nobili valori storici, che ti fanno vivere questo lavoro con passione ed abnegazione nel credo di avere una missione quotidiana da compiere, nella sensazione di dover dare di più rispetto a qualsiasi altro lavoratore, per rendere onore ad una divisa, ad una storia , ai propri caduti, quel senso che ti fa credere nel profondo del cuore e della mente, che “Polizia” non è un lavoro come gli altri è qualcosa di particolare , di specifico , nonostante i governi non vogliano riconoscerti la specificità,ma pretendano che tu metta in conto di morire, governi che parlano d’Europa quotidianamente , ma si dimenticano di avere i Poliziotti meno pagati d’Europa, che gestiscono da sempre i problemi più gravi d’Europa “per tutta l’Europa” , tre esempi per tutti, Terrorismo, Mafie , Immigrazione. Governi che ti vogliono ai vari NO TAV fino a 70 anni , solo perché non hanno neppure idea di cosa vuol dire “Polizia”. Del resto a noi non spetta nemmeno il beneficio della morte bianca, perché come dice Michele Rinelli , lo sbirro deve mettere in conto di dover morire ;Allora Fratelli disilludiamoci , disilludiamoci !!! Prendo ancora spunto dalle parole di Michele per farmi e farvi una domanda : “questa società che celebra gli ergastolani, merita che un ragazzo di 28 anni lasci questo mondo e la sua splendida vita , per inseguire un mondo , una giustizia , una sicurezza che non esistono ? ”
Il mio, il nostro più sentito cordoglio giunga alla famiglia di Giuseppe , che possa Lui da lassù proteggere i suoi fratelli Poliziotti , ogni giorno. Possa tu San Michele nostro patrono servirti di Lui per dare a questo mondo una forma migliore.

- Salvatore -

 

Risposta di Fausto 00:08 - 27/03/12

La metto così come è.... Grazie, Grazie, Grazie.

In una società in cui crediamo che tutto sia dovuto abbiamo imparato a dare tante cose per scontate.

Mio prozio durante la guerra si è fatto 2 anni nelle prigioni Americane perchè insieme ad altri Italiani non hanno abbandonato la nave che comandavano.

Gli avevano offerto la libertà in cambio della resa.

Hanno ringraziato e declinato l'invito. Dopo una lunga prigionia (e le prigioni Americane erano ben note per la loro durezza) sono stati liberati e durante la liberazione sono stati salutati con l'onore delle armi proprio da quegli americani che li avevano imprigionati e sono stati indicati dai più alti ufficiali come esempio per le giovani leve USA.

In Italia ovviamente non hanno ricevuto lo stesso trattamento.

Ma erano ugualmente UOMINI MIGLIORI.



 
Risposta di Claudio Agazzi 15:57 - 28/03/12

Ciao Marco

Il tuo è un tema difficile. Difficile comprendere per noi questo meccanismo coinvolgente e mediatico che ci prende quando un nostro soldato viene ucciso sul suolo straniero e soprattutto è difficile capire come questo fenomeno non si rappresenta quando un tuo collega rimane ucciso durante un inseguimento.

Credo faccia parte della nostra prerogativa di esseri suggestionabili. L'evento che ci colpisce di più ha maggiore risalto.

Chiaramente sono tutti e due servitori della patria che sono morti adempiendo il loro lavoro. Tutti e due hanno pari dignità. Tutti e due lasciano sicuramente una famiglia, delle persone che indipendentemente dalla cerimonie stanno soffrendo.

E' vero anche che muore gente lavorando, lavori diversi dalla pubblica sicurezza, servendo gli altri e anche in questo caso non ci sono commemorazioni pubbliche.

Direi che il valore delle persone non lo si deve valutare con il rumore di una commemorazione ma piuttosto vada riconosciuto intimamente, dentro di noi, con la consapevolezza che c'è qualcuno che sta lavorando per noi e che a fronte di uno stipendio rischia la vita tutti i giorni.

Claudio Agazzi

 
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