QUI BERCETO.


NON ABITERO' PIU' QUI.


VORREI POTER RIMANDARE MA………………………………….NON POSSO PIU’
CHIEDO INFORMAZIONI E CONSIGLI.


Attendo la risposta del giudice all’ennesimo ricorso per salvare la casa paterna e avere ancora un tetto. Ribadisco, come in occasione, della perdita della Casa Rosa (15 maggio 2017) che i debiti vanno pagati, è giusto pagarli ed è giusto anche pagare quando si sbaglia.
Una persona adulta, ho sempre creduto, può avere mille scusanti nel compiere errori, anche gravi, ma deve assumersene, senza “frignare” , la responsabilità e soprattutto non può dare colpe ad altri, anche se le hanno e non può dare la colpa al fato, alla mancata fortuna o sfortuna.
Fare ricorso è un diritto rappresentato dalla Legge. Una Legge sufficientemente chiara che tutela le banche creditrici ma anche il debitore. L’esempio è presto fatto. Se i beni del debitore li svendi, in pratica li regali, non aiuti né il debitore, né il creditore. Il creditore (Monte Paschi di Siena) non rientra dei suoi prestiti e il debitore non estingue il suo debito pur essendo diventato nullatenente. Ci guadagnano persone, con il pelo sullo stomaco, che riescono ad avvantaggiarsi delle disgrazie altrui acquistando beni per un tozzo di pane. Nulla di male se li acquistassero a valore di mercato, se li acquistassero al valore periziato dal Tribunale. Acquistano, invece, i beni, al 10/20% del valore di perizia. Cifre, queste, che servono, a malapena al creditore per pagare le spese degli annunci dell’asta. Questo a mio avviso non dovrebbe indurre l’opinione pubblica ad accrescere la stima nei confronti di chi s’appropria, seppur legalmente, di questi beni e la disistima nei confronti del debitore che ha perso tutto. Proprio perché non si voleva raggiungere questo risultato, ormai molto frequente in questi 12 anni di profonda crisi economica, con giornali pieni di fitte pagine gestite dagli Istituti delle Vendite Giudiziarie, è scaturita una Legge, a mio avviso, molto chiara e giusta: le aste vanno bloccate quando il valore all’asta scende sotto il 40% del valore della perizia del bene fatta fare dal Tribunale. Questo non vuol dire che il bene torni al creditore ma vuol dire contenere le speculazioni sulle quali, purtroppo, molti campano e innestano una concorrenza sleale rispetto a quanti acquistano o si sviluppano con beni presi a valore di mercato. Vuol dire tutelare, giustamente, il creditore (la banca) e vuol dire tutelare anche il debitore. Io, infatti, mi ritrovo senza beni e con il debito dello stesso ammontare di prima. Non avrò modo, insomma, mai di estinguerlo e iniziare, magari, una nuova vita. Un errore, seppur grave, diventa una condanna a vita e infatti il mio stipendio di sindaco è già “sequestrato”, da sempre, per un quinto e immagino che lo sarà, nel momento in cui avrò l’età, la mia pensione sociale. Le riserve, per il ricorso avanzato dai miei legali, al momento, l’attuale giudice, non le ha ancora sciolte e quindi, teoricamente, anche se in passato, a Parma, anche nei miei confronti, questa Legge non è mai stata applicata, potrebbe ancora esserlo. In tutti i modi debbo lasciare libera la casa in Via Seminario 17 e Via Seminario 19 entro lunedì 16 aprile. Operazione non semplice. Al momento non riesco, ad esempio, immaginare, dove poter andare ad abitare e neppure riesco ad immaginare dove accatastare i tanti mobili verso i quali ho un profondo legame affettivo come tutti hanno verso i mobili di casa, verso i ricordi dei nonni e dei genitori. Come sindaco quando mi capitavano, per altri, situazioni analoghe, trovavo e ho trovato, in piu’ occasioni, la soluzione: mi sono imposto legalmente, a mio avviso, e ho assegnato un appartamento libero in una casa popolare. Berceto ha 44 appartamenti in case popolari e da quando sono sindaco nessun bercetese può dire che gli ho rifiutato l’assegnazione. Un conto, ovviamente, farlo da Sindaco, per un proprio concittadino e un conto, come Sindaco, assegnare a se stesso un appartamento popolare. Non mi sembrerebbe elegante anche se è legittimo potendo attestare le vere condizioni d’indigenza. Mi interesso di politica dal 1972, ho sempre sostenuto idee che andavano, spesso, controcorrente e anche contro i prepotenti. Sono ancora orgogliosamente socialista. Da amministratore provinciale (assessore) ho appaltato miliardi di lire. Nel 1992 come tutti i socialisti, sono stato rivoltato come un calzino. Sul mio conto non è mai stato trovato, seppur cercato, visto i tempi, con dovizia, un furto, un furtarello, un gesto di privilegio. Da sindaco ho modo, visto le attuali condizioni della politica, di scontrarmi con i poteri forti. Quei poteri forti che possono condizionare, ovviamente, un Comune e indurre il sindaco, anche in cose, apparentemente piccole, ad essere spergiuro rispetto al giuramento fatto sulla Costituzione (Gestione acqua; gestione rifiuti; Unioni dei Comuni ecc). Vivo, insomma. il grande privilegio di non essere ricattabile da nessuno e di aver mantenuto il mio ideale. Di me si sa tutto della vita privata sulla quale nel 2006/2007 s’è anche speculato parecchio, in fatto di donne, e si sa tutto della mia situazione finanziaria che nero su bianco avevo anche scritto sul materiale elettorale per le elezioni a sindaco del 2009. Non posso, credo, disperdere questo patrimonio attribuendomi un appartamento in una casa popolare di cui avrei diritto. Non dico tutte queste cose con orgoglio. Non ho nessun orgoglio. Non rubare non dovrebbe essere un privilegio insolito. Non favorirsi con dei “privilegi” non dovrebbe essere un gesto insolito per un politico, per un amministratore pubblico. Dovrebbe essere, insomma, il minimo al quale, con onestà andrebbe aggiunto l’impegno, la voglia d’essere preparato e conoscere le cose per amministrare come si deve. Io, addirittura, attribuendomene una colpa, non amministro come si dovrebbe ma amministro come posso, al meglio di quanto sono capace nelle condizioni date. Sento, inoltre, d’avere tante colpe verso la mia meravigliosa famiglia: mio fratello Berto e mia sorella Franca. In definitiva li ho privati di tutto e loro, certamente, non hanno avuto colpe. Sono io che ho ipotecato i beni della famiglia per non far pagare due volte, come era di moda, a quei tempi, gli appartamenti che avevo costruito e venduto alle persone che riponevano fiducia in me. Questo, anche se adesso, per quella scelta, ho perso per davvero tutto, è l’unico motivo che non mi fa crollare sotto il peso delle responsabilità e del rimorso. In definitiva, giustamente, non ho imbrogliato nessuno, non ho messo nei guai nessuno se non me stesso e la mia famiglia. Può sembrare una soddisfazione da poco ed invece, credetemi, sono cose solide a cui puoi aggrapparti. I beni, inoltre, a disposizione della Banca, se venduti al giusto valore, rappresentavano il doppio del debito. Entro lunedì 16 aprile debbo lasciare e svuotare la mia casa. Non abiterò piu’ quella casa che mio nonno: Marchino aveva acquistato, quasi come rudere, a fine ottocento dopo anni chiuso in miniera in Pennsylvania anche il giorno di Natale e Pasqua. Un nonno nato come servo della gleba nel podere di Casa Cani. Allora i padroni s’imponevano in tutti i modi. Su quattro castagne raccolte, ad esempio, tre erano del padrone e una di chi le raccoglieva. La mezzadria era un sogno rivoluzionario che arrivava molto dopo e decenni dopo ancora, grazie a De Gaspari (lodo De Gaspari) si cercava d’indurre, addirittura, i padroni a lasciare il 60% al mezzadro. I bambini come mio nonno dovevano mangiare i “baletti” (castagne lessate) di nascosto e nascondere le scorze, le bucce, nella letamaia sotto forcate di letame per impedire che il padrone le trovasse e sgridasse o cacciasse i genitori accusandoli di furto. Un nonno analfabeta che per disperazione e fame trovava il coraggio d’emigrare negli USA. Alcuni anni in miniera senza vedere il sole. Senza un giorno di riposo. Questi racconti sentiti in casa, da mia mamma, mi facevano amare Luigi Pirandello e il racconto: “Ciaula scopre la luna” Sono convinto, senza invidia sociale di sorta, d’essermi schierato con i socialisti, nel PSI di Nenni e poi Craxi, proprio per il desiderio di raggiungere, con il riformismo, una maggiore giustizia per tutti. D’essere diventato socialista per una ben precisa scelta di campo. Per essere schierato da una parte. Dalla parte della mia gente. Quella gente raccontata, anche se con un po’ di strumentalizzazione, dal regista Bertolucci in Novecento. Questo nonno analfabeta faceva scrivere, a suo fratello sacerdote: mons. Giovanni Lucchi, dopo alcuni anni che era negli USA, in miniera e avere risparmiato tutto quanto aveva, a fatica guadagnato, di trovargli un piccolo fondo agricolo a Berceto. Allora le “pozioni” (fondi agricoli) erano tante ma tutte occupate. Era l’unica fonte di sostentamento ed era difficile trovare qualcuno disponibile a venderle. In tutto il Comune di Berceto, almeno nel Capoluogo e suoi dintorni, c’era un unico fondo agricolo probabilmente in vendita: MONTEFAME.
Ricevuta questa risposta mio nonno faceva rispondere che il nome non gli piaceva e che di fame già ne aveva sofferta anche troppa. Proprio per questo diede le direttive, a suo fratello, di acquistargli pezzetti di terra anche frastagliati e qualche fabbricato. Il fabbricato era in Via Seminario 17. A piano terra la stalla per le vacche, lo “stabi” per il maiale e anche un piccolo locale per le pecore. Al piano di sopra qualche stanza da letto con la cucina e un ampio solaio dove, poi, mio padre : Nino allevava anche i piccioni. Le pareti tra le stanze erano costruite con “bastoni” di Nocciolo e intonacati con la “bida” (letame di vacca). Per il fienile un vecchio stabile, in sasso, davanti a casa. Lo stesso stabile che anni dopo, mio padre, sul portone in legno, scriveva albergo degli abbandonati. Già ai tempi di mia nonna Teresina, infatti, tutti i poveretti che passavano da Berceto, ombrellai, arrotini, scranai ecc., anche dal prete, venivano mandati a casa mia. Mia nonna si premurava di lavargli i piedi, anche spidocchiargli, garantirgli un piatto di minestra e se era estate fargli un giaciglio nel fienile e in inverno nella stalla. Tutto questo, con mia mamma, continuava anche nei primi anni sessanta e ben ho presente questi ricordi. Vicino casa un’aia, un orto attaccate a casa. Qualche fazzoletto di terra frastagliata distante anche qualche chilometro l’uno dall’altro. Questo era il sogno americano che si realizzava per mio nonno Marco detto Marchino. L’energia elettrica arrivava nel 1923 e una targa in sasso, con scritto solo l’anno, l’ho ritrovata nel sistemare nuovamente la casa nel 1992. In precedenza la casa l’aveva sistemata mio babbo trasferendo, nel 1948, la stalla e il fienile in Via Julia 39 dove ne costruiva una di nuovo. Costruiva la stalla e il fienile con la lungimiranza d’immaginarla casa e infatti, io, nel 1982, aprendo solo le finestre, tra l’altro già impostate in mattoni, su muri, invece di sassi, costruivo la Casa Rosa persa il 15 maggio 2017. La targa,, in sasso, con scritto 1923 l’ho posizionata sul camino nell’attuale cucina. In questa casa è morto mio nonno (mia nonna è morta a San Vitale), mia zia Maria, mio padre: Nino. In questa casa sono nati mio padre e i suoi fratelli e sorelle. In questa casa sono nato io e i miei fratelli e sorelle. Visto che sono nato nel 1955 non la ricordo con la stalla tolta nel 1948 ma ricordo tutte le successive modifiche. Ricordo che diventava, grazie a mio padre, sempre lungimirante anche se senza soldi, la prima casa di contadini con il locale doccia e bagno. Il bollitore era alimentato a legna e diventava un rito, almeno una volta la settimana, fare tutti il bagno. Non era semplice scaldare tutta quell’acqua e allora ci abituavamo alla salutare e moderna doccia. Poco importava che ogni mattonella, di quel locale, avesse un fallo. Mio padre, senza soldi, pur volendo il bagno e la doccia aveva risparmiato e aveva risparmiato su quanto era ritenuto una sciccheria come le mattonelle. Sempre la mia casa diventava, qualche anno dopo, la prima casa, da contadino, con i riscaldamenti. L’impianto lo realizzava Tocchi Carlo un artista del ferro battuto che però si arrangiava a fare tutto e soprattutto le saldature alle attrezzature agricole dei contadini. Ricordo ogni segreto, di questa casa, ogni cerimonia come il pranzo nuziale, fatto in casa per il matrimonio di mio fratello Piero. Ricordo le vigilie di Natale tutti radunati, in sala, intorno al grande tavolo con la mia letterina nascosta tra il piatto e la fondina di mio babbo. Ricordo gli alberi di Natale che allora erano ed “snever” (ginepro) in sala mentre il presepio, mia prerogativa, era sul ballatoio, d’allora, al piano di sopra entro il lavandino che serviva, in estate, ai villeggianti che allora, ancora a inizio anni sessanta, affittavano una singola camera per trascorrere al fresco la stagione estiva. Ricordo, ai primi freddi, la stanza in cui si “custodiva” il maiale. Ricordo il giorno della trebbiatura con tutti gli aiutanti che a casa mia venivano volentieri perché a colazione veniva servito il caffè latte e non la zuppa e soprattutto perché dopo i tortelli di patate, come primo, a pranzo, c’era sempre la cacciatora. Padelle enormi di cacciatora che “sbafavano” tutta in poco tempo ( la carne era ancora un cibo per ricchi). Ricordo l’agonia di mio padre sul suo letto nella sua camera e il mattino della sua morte che non avevo previsto ritenendolo, poco prima, gioiendone, in condizioni migliori del giorno precedente. Ancora una volta, insomma, posso dire, che la casa resta a coloro che l’hanno amata e vi hanno vissuto e hanno ricordi. Non diventa, insomma, di chi se la ritrova per un tozzo di pane.
Non ho perso la speranza, contro tutte le previsioni, che il giudice preposto: Vernizzi, possa applicare, finalmente la Legge. Resta il fatto che è giunto il momento di trovare una casa, a basso affitto, con una piccola cucina e due camere da letto. Avrei piacere, insomma, che mia sorella Franca potesse, in estate, tornare ad accudirmi e a coccolarmi. Luigi Lucchi Sindaco di Berceto

Berceto, 3 aprile, 2018

Non abiterò piu' qui!
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