Ad un turista o ad un camminatore la nostra montagna appare come un regalo meraviglioso della natura. Il manto verde dei boschi risale compatto lungo i suoi versanti, occupando quelli che fino a quarant'anni fa erano solo dirupi e prati.
Il verde si insinua in frane antiche, rassodandole, si inerpica per pendii rocciosi colonizzandoli, arriva ormai fin sopra gli alpeggi e oltre i laghi glaciali, conquistando nuovi spazi in altitudine.
Tutto quel verde, agli occhi di chi è preoccupato per l’ambiente, appare come una benedizione.
Una maggior massa traspirante di piante significa aria più pulita.
Una maggior produzione di ossigeno si traduce in maggior contrasto ai veleni che risalgono dalla
pianura. Vuol dire maggior sequestro di CO2, in contrasto all’effetto serra.
E significa anche maggior contenimento delle polveri sottili, che fumi di industrie e inceneritori producono sempre più, unitamente alla crescita tentacolare di autostrade, l'incremento delle auto circolanti con i loro mefitici scarichi.
Ma ad un montanaro che abita e vive ancora in uno di quei borghi di alta quota, tutto quel verde, cresciuto oltre ogni immaginazione, gli rammenta il sempre maggior abbandono in cui versa la sua terra.
La popolazione è sempre più composta di anziani, il lavoro è quasi scomparso e i pochi giovani, già attratti dalle luccicanti illusioni delle città, se lo vanno a cercare là.
Il turismo invernale si è rivelato un miraggio.
Non c’è neve per tutto l’inverno e non c’è abbastanza freddo perché duri quella artificiale sparata con i cannoni. Le piste sono quasi sempre inutilizzate e tanti soldi pubblici sono stati sprecati inutilmente per spianare interi versanti dei crinali, abbattendo le foreste.
La gente che scia, poi, scavalca i borghi, senza lasciar cadere nemmeno la mancia.
Ma è il turismo complessivo che è in ritirata.
In montagna va sempre meno gente. I fine settimana e il mese di agosto non bastano a sostenere le attività commerciali, ogni anno qualche altro negozio chiude. Le scuole di certi borghi sono già a rischio chiusura e nei prossimi anni verranno trasferite altrove.
Ogni posto o servizio che chiude è percepito dai montanari come un disastro, a cui non sanno opporsi.
Le proposte di sviluppo che puntano ad ambiente e natura sono viste dai montanari come fumo negli occhi, non si vede infatti in esse uno sbarramento al disastro.
I montanari invece sono pronti ad osannare chiunque proponga qualcosa di concreto, fosse pure un progetto speculativo, purché dia loro qualcosa, anche solo l’illusione di una possibilità di vantaggio economico seppur minimo.
Sono disperati e diventano facile preda della speculazione.
E la speculazione è sempre al lavoro, non dorme mai.
Magari ripropone vent’anni dopo la diga di Vetto, o un suo surrogato minore, approfittando del fatto che produrre energia da fonti rinnovabili è un mantra in grado, oggi, di aprire tutte le porte e di coprire qualsiasi malefatta.
E’ risaputo, ormai, che ogni diga al mondo accresce l’erosione a monte e sottrae acqua a valle, invece di conservarla. Le perdite di acqua causate dalle centrali Enel in val Cedra sono del 50%, secondo una stima Iren. Una diga sottrae territorio: boschi e pascoli, invasi dall’acqua. Una diga non serve a limare le piene, perché stante l’altezza dell’acqua che deve restare costante per la produzione di energia elettrica, quando l’acqua sale velocemente per le piogge, la diga deve scolmarla subito per evitare che tracimi e che ne sia travolta.
L’erosione, accresciuta a dismisura, riempirà velocemente di argille rosse, tipiche della val d’Enza, il bacino che si formerà, interrandolo. Si ridurrà così progressivamente sia la produzione di energia che di acqua pulita, a causa dell’accresciuta mole della depurazione. I soldi ricavati caleranno e quelli promessi alla montagna come compensazione si ridurranno da briciole a niente.
Il lago che si creerà sarà di color rosso, intonato alle argille, che significa che spazzerà via ogni illusione di ipotetico sviluppo turistico.
Oppure la speculazione si getterà sulla legna da ardere, come già sta avvenendo.
Interi ripidi versanti sono diventati desolatamente nudi, presto saranno preda dell’opera dilavante dell’acqua, senza più il freno della massa compatta degli alberi. Altre frane e collegamenti stradali interrotti ne saranno la logica conseguenza.
Strade che sono già seriamente logorate per il continuo via vai di mezzi pesanti e autocarri che portano altrove la legna.
Il prezzo della legna sta addirittura calando, è oggi a 6 euro al quintale, che significa che l’offerta ha già superato la pur consistente domanda. La speculazione in questo caso ha messo radici più degli alberi e si taglieranno sempre più piante, per sempre meno soldi. La sostenibilità dei tagli, dicono i dati della comunità montana Parma est, è già fuori controllo ed è a rischio la stessa rinnovabilità dei boschi.
Così la tendenza attuale verrà invertita e tutto quel verde comincerà a diminuire.
Anche alla faccia di quel funzionario della Provincia che in un’assemblea pubblica a Langhirano affermava che “siamo seduti sul petrolio senza saperlo: la legna”.
Il picco della legna lo si raggiungerà, di certo, molto prima di quello del petrolio, che pure è già al limite.
La speculazione punta soprattutto sulle energie rinnovabili.
In montagna, tranne eccezioni come il municipio di Monchio, i comuni sono in bolletta, quando non addirittura indebitati, e la speculazione ha gioco facile ad impiantare parchi fotovoltaici, facendo man bassa degli incentivi, lasciando ai comuni solo i soldi dell’affitto dei terreni.
Si può fare anche peggio, come i progetti di parchi eolici di cui si sente parlare sempre più spesso.
I massicci investimenti necessari escluderanno ancor di più gli enti locali, a tutto vantaggio delle finanziarie e delle aziende costruttrici, golose di certificati verdi. La poca energia che produrranno non compenserà i danni ai crinali e alle cime, con disboscamenti ulteriori per le strade e cementificazioni imponenti per i basamenti delle torri eoliche.
E siamo arrivati alla ciliegina sulla torta.
In Regione e in Provincia si annuncia l'intento di impiantare nella nostra montagna decine di centrali termiche a cippato di legna, prodotto col taglio industriale dei boschi, soprattutto di castagno.
A sentir loro c’è un’enorme serbatoio di legna disponibile ogni anno, qualcosa come 393 mila tonnellate. Ma i conti sono sballati e fasulli. I tagli si sommerebbero a quelli della speculazione della legna da ardere, già eccedenti la sostenibilità ambientale dei nostri boschi.
Ogni borgo dovrebbe così avere la sua centrale a biomassa, che emetterà fumi e polveri sottili in quantità industriali, visto che il filtro a ciclone previsto non abbatterà gli inquinanti se non in minima parte.
Le centrali dovrebbero sostituire col teleriscaldamento le stufe a legna dei privati cittadini e le loro ben più nocive emissioni. Nella realtà, la maggior parte delle abitazioni riscaldano già con moderne stufe a pellet le cui emissioni sono di circa 5 mg/m3, mentre quelle delle centrali sono di 50 mg/m3 dieci volte in più, sempre a patto che l’umidità del cippato non superi il 20%.
Eventualità molto difficile: occorrerebbe che fosse sempre secco.
Il progetto è comunque antieconomico. A fronte di un costo elevato della centrale e del tracciato del teleriscaldamento, centinaia di migliaia di euro, che graverebbe sulle casse del comune, sarebbe molto meglio sovvenzionare con un sostegno finanziario piccole e moderne stufe a pellet per le private abitazioni, che tra l'altro otterrebbero dallo Stato il contributo del 55%, detraibile in 3 anni dalle tasse.
In sostanza le grandi centrali a legna sono inquinanti ed antieconomiche, ma soprattutto accrescono il disboscamento, riducendo di fatto il sequestro di CO2.
E' giunto il tempo di sfatare la convinzione che l’incenerimento di biomasse legnose sia a somma zero di CO2. Un versante denudato col taglio raso, con quelle sottili e rade matricine rimaste, impiegherà anni perché abbia una massa traspirante sufficiente a catturare la stessa CO2 di quando il bosco era in piedi, mentre la legna prodotta dal taglio e bruciata in poco tempo, immetterà in ambiente, e subito, una grossa quantità di anidride carbonica.
Affermare che bisogna accrescere le superfici boschive e nello stesso tempo considerare le biomasse legnose parte integrante delle fonti rinnovabili è una contraddizione che non sta né in cielo né in terra e che l’Europa deve risolvere.
L’unico patrimonio che ha la montagna è dato dai boschi, dall’aria pura e dall’acqua pulita.
Se un ambientalista cerca di condividere questo pensiero con i montanari, loro sbuffano e si spazientiscono.
Non gli basta.
Vogliono che i borghi tornino a vivere.
E hanno ragione.
Questo però non succederà, se rinunciano anche ad una sola di queste risorse.
Chiunque proponga progetti insostenibili sbandierando compensazioni in soldi o posti di lavoro (poche briciole, poche unità), in realtà ha in mente di portarsi via ben di più, a favore del proprio portafoglio, a scapito dei territori.
Sia esso un amministratore, un politico o un’impresa, di speculazione stiamo parlando.
Una delle strade da percorrere per aiutare la montagna a crescere è usare il fotovoltaico per raggiungere l'indipendenza energetica e per finanziarsi.
Fondare ad esempio una Esco, capitalizzarla per ottenere il mutuo e diventare proprietari dell’impianto, coinvolgendo i tetti e gli artigiani del paese.
I soldi ricavati posso avviare la ristrutturazione dei borghi orientata al risparmio energetico.
Defiscalizzare completamente, e per un considerevole numero di anni, chiunque voglia stabilirsi in montagna ad avviare un’attività artigianale, mettendogli a disposizione la possibilità di prestiti a la disponibilità gratuita di uno stabile abbandonato da ristrutturare.
Applicare norme per le produzioni alimentari artigiane diverse dall’industria, in modo da non impedire lo sviluppo di piccole attività richiedendo tecnologie ed impianti sovradimensionati.
Accordarsi a livello intercomunale per un sito comune di macellazione carni e conservazione refrigerata degli alimenti.
Proporre all’università la creazione di laboratori post laurea nei borghi, per l’avviamento al lavoro e alla ricerca su committenza sociale dei neolaureati. Laboratori che, con l’appoggio finanziario delle fondazioni bancarie, siano in grado di operare direttamente sui problemi della montagna: frane, strade, alvei dei fiumi, zootecnia, forestazione ed energia.
Legare lo sviluppo turistico allo sviluppo dei parchi, privilegiando un turismo consapevole dell’ambiente e legato ad una ricezione sia agrituristica effettiva che ad una ristrutturazione e crescita della ricezione delle alte vie, tipo Lagdei, Lagoni, rifugio Lago Santo.
Un turismo minuto ma attivo, capace di trovare da sé i canali logistici e culturali della propria diffusione, a tutto vantaggio della rivitalizzazione dei borghi.

Rete Ambiente Parma
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Risposta di marco 16:52 - 25/10/11

Che voi sappiate funziona la caldaia a cippato installata nell'ospedale di borgotaro ?

Risposta di Luigi 20:58 - 25/10/11

Certo signor Dante ecologista che se questo da lei descritto è l'Inferno, dovrebbe poi descriverci il Purgatorio ed il Paradiso in questa sua Divina Commedia delle nostre terre!

"Lasciate ogni speranza o voi che entrate"...ma un lumicino di positivita' per questi montanari, si spera che ancora ci sia!!!!!!!!!!!!!!

Risposta di Faber 06:47 - 26/10/11

 

Per restare all’allegoria dantesca di Luigi direi che in realtà, al momento, siamo in Purgatorio. Resta a noi, soprattutto a noi, decidere se scendere all’Inferno oppure salire.

Fuor di metafora mi aspetterei che qualcuno entrasse nel merito delle analisi e delle valutazioni esposte (compreso i contenuti dell’articolo “fotovoltaico insieme”)

Risposta di Reteambienteparma 16:38 - 26/10/11

Si, l'inferno per la montagna esiste. Consiste nello svendere le risorse naturali, un capitale raro ed ambito in un mondo sempre più pieno di veleni.

Sapete dove va a finire tutta la legna dei tagli sempre più massicci dei nostri boschi?

Ce lo dice la Regione EmiliaRomagna : nelle centrali a biomassa. Quelle che bruciano legna per produrre elettricità. Poca elettricità e molti certificati verdi, peraltro. Infatti il loro rendimento è ridicolmente basso : gli occorre 6 volte la legna corrispondente alla quantità di metano necessaria a produrre la stessa quantità di elettricità. Quegli inceneritori( centrali a cogenerazione) sono assolutamente antieconomici. Perchè allora gente come la Marcegaglia li mette in piedi? Semplice, per ramazzare gli incentivi statali, i nostri soldi, il 7% in più che paghiamo in bolletta per le rinnovabili.                 

Qualcuno dirà, però, che intanto i soldi della vendita della legna restano in montagna a rimpinguare le tasche di povera gente.

Ne siamo sicuri? 

Certo, i tagliaboschi che tagliano per loro conto se ne sono messi in tasca un pò di più. Qualcosa è finito in tasca anche a qualche anziano dei borghi. Ma la gran massa dei soldi è finita in città, a quelli che ancora possiedono ettari di bosco e non gliene frega più niente dell'economia della montagna. La gran massa dei soldi è finita in mano a quegli speculatori che hanno assoldato in nero degli extracomunitari per tagliare alla grande, pagandoli addirittura al m3. 

Pensate che con la crescita dei tagli i piccoli borghi di montagna abbiano cambiato il loro destino di abbandono e di assenza di prospettive per il futuro?

Io non credo. Hanno solo visto bucare i loro boschi trasformati in gruviera, sforando la sostenibilità e minacciando la rinnovabilità degli stessi se si continua di questo passo.

Qualcuno, però, potrebbe dire che le centrali a legna che producono solo calore, come quella da 700 Kw dell'ospedale di Borgotaro, sono economiche e si alimentano di una risorsa di cui c'è abbondanza.

E' vero il loro rendimento è migliore rispetto alle altre. Ma si sono considerate le loro emissioni?

In esse viene bruciato cippato di legna vergine che, per restare dentro il limite di 50 micrgr/m3 delle normative di sicurezza stabilite dalla Regione, dovrebbe avere un massimo di umidità del 20%. Una simile percentuale di umidità ce l'ha la legna stivata all'asciutto e dopo 2 anni dal taglio. Non certo il cippato che, appena tagliato, ha un'umidità del 45% e una volta stivato del 35-30%. Questo vuol dire che le emissioni sono sempre superiori al limite massimo e spesso addirittura il doppio. Un bel problema per l'aria che si respira. La lignina e la cellulosa delle piante, una volta bruciate, producono composti policiclici aromatici che, in presenza di cloro volatile presente nell'aria per la depurazione degli acquedotti, combinandosi generano diossine.  Il solo filtro meccanico a multiciclone , di cui sono dotate,non basta a trattenerle, serve solo ad abbattere la fuliggine e a raccogliere la cenere.

Beh signori, siamo in un'ospedale!

Alla prossima puntata.

Risposta di Giuliano 17:14 - 28/10/11

Ho 3 domande sulla centrale a cippato dell'ospedale di Borgotaro

- com'è il filtro? meccanico a multiciclone?

- che percentuale di umidità ha il cippato che viene bruciato?

- le emissioni vengono monitorate? Se si, rientrano nel range massimo previsto dalla normativa regionale di 50 microgrammi al m3?

Risposta di Rete Ambiente Parma 18:15 - 09/12/11

Lettera aperta al Prof. Mario Monti Presidente del Consiglio

Un presidente del Consiglio attento agli interessi collettivi inviterebbe i Ministri della Salute, dell'Ambiente e dello Sviluppo Economico ad eliminare con urgenza gli incentivi alla produzione di elettricità dalle biomasse (CIP 6 e Certificati Verdi).

Il motivo di questa decisione è che bruciare biomasse per produrre elettricità produce inquinamento, aumenta le emissioni di gas serra, aumenta l'inefficienza energetica del Paese, blocca l'innovazione e pertanto questa scelta non può essere incentivata dallo Stato e per di più con denaro pubblico.

Gli usi energetici delle biomasse sono meno ecologici di quanto si creda e si voglia far credere. Negli inventari europei delle immissioni di diossine e idrocarburi policiclici aromatici, il primato assoluto (stime al 2005) spetta alla combustione di biomasse.

Uno studio condotto dall'Istituto Nazionale Ricerca sul Cancro di Genova sulle concentrazione di benzopirene ( un idrocarburo policiclico cancerogeno) in abitazioni rurali nell'appennino ligure-emiliano, con diversi tipi di riscaldamento domestico , evidenziava che nelle abitazioni dove si usava la legna si trovavano concentrazioni di benzopirene molto più elevate di quanto misurato in case che utilizzavano metano o GPL. Stesso risultato all'esterno di queste abitazioni con livelli di inquinamento ( da benzopirene) superiore a quello misurato contemporaneamente in strade trafficate genovesi.

Questi risultati sono in linea con altri studi simili condotti negli Stati Uniti e in altri paesi dove la legna è utilizzata molto di più di quanto non si faccia in Italia. Certamente è meglio bruciare legna che carbone, ma anche la combustione della legna produce ossidi di azoto, ossido di carbonio, polveri sottili e ultrasottili, micro inquinanti. Se poi la combustione avviene in impianti obsoleti, la produzione in grandi quantità di diossine e policiclici è garantita.

L'unico serio uso energetico delle biomasse è quello del riscaldamento con legna da ardere, meglio se ridotta a pellet e bruciata nelle moderne caldaie ad alta efficienza e con adeguato trattamento dei fumi. Questo utilizzo è in forte espansione in tutt'Europa e non richiede incentivi: a parità di calore prodotto, i pellet costano meno del metano e dell'olio combustibile e le caldaie a pellet, oltre ad essere molto più efficienti delle vecchie stufe in ghisa o dei caminetti, sono ormai completamente automatizzate, senza gli inconvenienti della "vecchia" legna.

L'uso di legno da ardere per produrre calore per usi domestici eindustriali è da considerarsi sostenibile se i pellet o il combustibile derivano da scarti di lavorazione di biomasse primarie, ad esempio segherie e falegnamerie, lavorazioni di prodotti agricoli con scarti ad alto contenuto di lignina (olive, nocciole..), poste nel raggio di pochi chilometri dall'impianto, ma nessun imprenditore serio, con il suo denaro, pur disponendo di biomasse, realizzerebbe una centrale termoelettrica alimentata con questo tipo di combustibile.

Il motivo è banale. Tutte le biomasse sono un combustibile povero, con un potere calorifico troppo basso per rendere conveniente il loro uso per produrre elettricità. Inoltre per essere economica una centrale termoelettrica non può avere una taglia inferiore a 20 megawatt. Un impianto di questo genere ha bisogno di circa 100.000 tonnellate di biomassa all'anno per potere funzionare e questo significa che tutto il combustibile necessario non può essere prodotto nelle sue immediate vicinanze, ma deve provenire da luoghi di produzione distanti anche centinaia di chilometri, con un consumo energetico per il trasporto ( e relativo inquinamento) che deve necessariamente essere messo a bilancio per valutare la corretta sostenibilità del progetto. E' molto più realistico pensare che in centrali di questo tipo, anche grazie a interpretazioni compiacenti delle norme, possa essere in prevalenza bruciato rifiuto urbano lavorato quel tanto che basti per classificarlo biomassa e in questo modo riscuotere gli incentivi CIP6 e Certificati verdi, l'unico vero motivo del proliferare italiano di centrali termoelettriche a biomassa o all'apertura di linee per il trattamento di biomasse negli inceneritori.

Grazie a questa manfrina tutta Italiana, centinaia di tonnellate di graspi d'uva prodotti dalle distillerie trentine vanno a finire nell'inceneritore di Brescia, con un viaggio di 135 chilometri per la sola andata, per essere trasformati in elettricità e certificati verdi, con indubbi vantaggi per i diretti interessati, ma con minor vantaggi per chi abita nelle zone di ricaduta di ossidi di azoto e polveri sottili e per la qualità dell'ambiente, a causa delle ceneri ( e dei suoi micro-elementi utili) che finiranno in una discarica e del carbonio immesso in atmosfera grazie alla termovalorizzazione di questa biomassa che andrà ad incrementare la concentrazione di gas serra nell'atmosfera del pianeta. Microelementi e carbonio che, più utilmente, dopo adeguato compostaggio sarebbero potuti tornare nel terreno dei vigneti d'origine, con interessanti risparmi energetici per il minor uso di acqua e di fertilizzanti indotti da questa antica pratica agricola e con una effettiva riduzione della produzione di gas serra, grazie alla segregazione nel terreno del carbonio presente nel compost.

Da un vecchio Manuale Hoepli (1915) intitolato " Residui Agricoli. Utilizzazione-Ricuperi" alla voce "Residui di distillazione vinacce" si può leggere : " Le vinacce sono un ottimo materiale per l'alimentazione del bestiame e sono migliori quelle distillate, perchè la loro cottura le ha rese più digeribili... Non sempre si ha mezzo di far consumare le vinacce come mangime e allora si adibiscono alla concimazione, contenendo esse elementi molto utili all'agricoltura.... Qualche distilleria usa trasformare le vinacce distillate in mattonelle compresse che si usano come combustibile delle caldaie di distillazione oppure si vendono ai privati. In tal modo si disperdono tutta la sostanza azotata e una parte anche della potassa che non rimangono nelle ceneri. E' perciò una utilizzazione non consigliabile."

Federico Valerio

direttore del Dipartimento di Chimica Ambientale dell'Istituto
Tumori di Genova

Risposta di Rete Ambiente Parma 21:44 - 15/12/11

13 Dec 2011

Spett. ARPA alla Cortese Attenzione del Dott Paolo Maroli e Dott.ssa. Mainardi.

Oggetto: richiesta di intervento di verifica idoneità impianto di depurazione centrale a biomassa 

Siamo venuto a conoscenza lunedì 12 c.m., durante il convegno di presentazione alla comunità montana di Borgo Val di Taro, dell’istallazione di un impianto termico a biomasse legnose all'interno dell'ospedale per il riscaldamento dell’edificio e dalle sale di degenza, unitamente all'impianto termico a metano già esistente. Durante il convegno abbiamo appreso che si sarebbero sentiti odori di fumo anche in sala operatoria, questo a riprova delle nostre osservazioni sulla nocività delle emissioni da combustione di legna. Nel convegno è stato reso noto,infatti, che l'impianto a cippato è stato dotato di un sistema di filtrazione a multiciclone, non sufficiente a garantire la salubrità dell’aria nel necessario ricambio periodico tra interno ed esterno dei padiglioni ospedalieri. Siamo convinti che la situazione che si è venuta in tal modo a creare dia luogo ad un elevato rischio ambientale, con possibilità di contaminazione chimica e batteriologica dell’aria, delle attrezzature utilizzate nell’ospedale, compresi cibi e farmaci, oltre che, naturalmente, dei degenti stessi che ivi devono essere curati.

Come noto, la qualità dell’aria all' interno ai luoghi pubblici e la sua tutela è determinata dalla L.155 HACCP e dalla L.626/97. Dovendosi, quindi, garantire per legge, un numero preciso di ricambi d'aria verso l’esterno, l’inquinamento prodotto dalle emissioni del  camino (pare da una foto che non superi il colmo del tetto e quindi non idoneo) entra all’interno. Tale aria, per il processo di combustione della legna, ha un contenuto altamente inquinante costituito da polveri sottili, ossidi di metalli pesanti  e finanche furani e diossine prodotte dalla combustione della lignina e della cellulosa. Tale particolato fine, anche inferiore a 0,001 micron, contamina l’aria respirabile di un luogo ad alto rischio per la salute pubblica, specie nelle fasi climatiche di  depressione atmosferica dell' esterno.

Veniamo a chiedere un immediato intervento di blocco dell’utilizzo del cippato di legna e per il riscaldamento del riutilizzo della sola caldaia a metano. Procendendo, eventualmente in seguito, al necessario adeguamento ottimale del sistema di filtraggio della caldaia a cippato.

Distinti Saluti

Fausto Barlesi, Serioli Giuliano

Risposta di Marco Biasotti 23:44 - 15/12/11

oooohhhhh......si può morire per un po di odor di fumo di legna eh...lo sanno tutti.

ma perfavore!

Risposta di Rete Ambiente Parma 12:18 - 16/12/11

ASSEMBLEA BIOMASSE DEL 12 dicembre a BORGOTARO

Lo staff della provincia, Dall'Olio e Ferrari, il presidente della comunità montana ovest Bassi, nonchè sindaco di Varano, hanno annunciato e presentato la costruzione di 5 nuove centrali a cippato finanziate in parte dalla Regione, a Berceto, Calestano, Neviano e Varano Melegari, oltre ad una più piccola alla fattoria di Vigheffio.
Ma il senso vero dell'incontro era tutto nella presentazione dei dati di funzionamento della centrale a cippato dell'ospedale S.Maria di Borgotaro da parte dell'ing. Saviano della Siram, la ditta costruttrice, e del dott. Francescato dell'AIEL, la filiera dell'energia da legno.
La cura dei tecnici nel monitorare i livelli della combustione nella centrale li ha portati a dosare la potenza della centrale a cippato su standard che permettessero contemporaneamente anche l'uso della caldaia a metano. Da quel che si è capito, hanno fatto in modo di non spegnere mai la centrale a cippato, mantenendola su valori che, alla bisogna, potessero essere integrati  dall'intervento di quella a metano perchè le maggiori emissioni nocive si avevano proprio nelle fasi di spegnimento e di accensione della centrale a cippato. Solo con l'uso combinato delle due caldaie, a detta loro, è stato possibile smussare i bassi valori della combustione del cippato e diminuire i volumi delle emissioni di polveri, facendoli rientrare nel range previsto dalle normative vigenti.
Ma da solo questo non sarebbe bastato, a detta dell'ing. Saviano. E' stato necessario ancorare la qualità del cippato e il suo stesso prezzo alla sua effettiva produttività in kw/h. A questo si è giunti, ha continuato Mortali, della comunalia fornitrice, con la miscelazione di vari tipi di pezzature di cippato, con l'aggiunta di segatura da segheria, ma soprattutto cippando solo legname stagionato ( abete e castagno ).
Tutti questi sforzi per rimanere nei range previsti dalla normativa. Ma proprio perchè si è all'interno di un ospedale, noi non crediamo che questo basti. Non crediamo che basti un filtro a multiciclone, capace solo di abbatere la fuliggine, a garantire dalle emissioni nocive gli ammalati, come ha invece assicurato il dott. Francescato, che però ha dovuto ammettere che sarebbe meglio aggiungere anche un filtro a maniche. Per questi motivi abbiamo dato seguito ad un esposto all'ARPA. Inoltre, ci pare evidente che la modulazione di potenza attraverso due caldaie, di cui una a metano, non sia trasferibile alle altre centrali a cippato esistenti o in progetto e neppure ci pare possibile si possa realizzare tutta quella cura nella selezione  del cippato che da altre parti è solo di legna fresca e stivato all'aperto.
Tutto questo, infatti, non lo si trova nelle centrali di Palanzano e di Monchio, nè lo si troverà nelle altre cinque centrali che saranno costruite. Perchè il cippato da pulizia dei boschi, come dice di volere la Provincia, ha un contenuto idrico elevato , anche più del 50%, producendo emissioni elevate ed un residuo di ceneri anche del 5%.
E' per questo motivo che il comune di Palanzano, dopo l'esperienza negativa col cippato fresco da pulizia del bosco, ha deciso di bruciare pellet fornito da una piccola ditta artigiana del vicino comune di Ramiseto che ne garantisce la tracciabilità. Il pellet è prodotto dal cippato per compressione ed ha un contenuto idrico inferiore al 10%, praticamente è asciutto. Col pellet, a detta dello stesso ufficio tecnico del comune, hanno emissioni e residui di cenere insignificanti, pari ad un decimo di quelle precedenti.
Il pellet ha un potere calorifico fino a 5 Kw per Kg, mentre nel cippato fresco si va da 1,5 a 1,8 kw per kg , circa 3 volte meno. Questo è il motivo per cui il pellet, pur costando 27 euro a quintale, avendo una resa molto più alta del cippato permette al comune di Palanzano non solo di avere molto meno in emissioni, ma anche di spendere meno : 16.000 euro contro i 18.000 euro dei 3000 q. di cippato che Monchio brucia per riscaldare i medesimi edifici pubblici.
Ma a questo punto viene naturale chiedersi perchè spendere tanti soldi in queste centrali : 426.000 euro a Palanzano, 650.000 euro a Monchio, senza considerare la ulteriore spesa per il tracciato del teleriscaldamento. Perchè buttare i finanziamenti regionali in questi inceneritori inquinanti quando basterebbe dotare quegli stessi edifici comunali di normali caldaie a pellet automatizzate, come già sta facendo la gente dei borghi, il cui costo è molto inferiore e per di più detraibile al 55% dalla dichiarazione dei redditi in tre anni. E utilizzare, invece, tutti i finanziamenti per il risparmio energetico, cominciando a ristrutturare i borghi a tal fine e incentivando, in tal modo, una adeguata ricezione turistica assolutamente mancante.
Tali finanziamenti muoverebbero l'edilizia, coinvolgerebbero le piccole aziende artigiane del luogo, darebbero una continuità di lavoro che tratterrebbe i giovani dall'andarsene altrove, oltre a porre le condizioni necessarie per uno sviluppo turistico attualmente moribondo.

Parma  15/12/2011

Giuliano Serioli

www.reteambienteparma.org

info@reteambienteparma.org

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http://parma.repubblica.it/cronaca/2011/12/15/news/centrale_nell_ospedale_chiesto_intervento_arpa-26653723 .

Risposta di Faber 19:12 - 16/12/11

Egr. Sig. Marco Biasotti, abbia pazienza e cerchi di capire ! Il mondo è più complesso di quanto Lei dà modo di aver compreso. Mi permetta una domanda: quando succede di avere un poco di febbre (innocua) Lei che fa, chiama il termotecnico?

Risposta di Marco Biasotti 21:33 - 16/12/11

ohh.....signor Faber.....(ma poi chi cavolo è) che c'è... nervoso? 

Si calmi e cerchi di capire (se ci riesce) che il mondo è fatto di diversità e non tutti, per fortuna, la pensano come lei, alcuni addirittura, pensi un po, hanno il coraggio di dirglerlo in faccia, firmandosi peraltro!

La legna in montagna si è sempre usata, in quantità ENORMEMENTE superiori a quelle odierne e checchè ne dica lei e i suoi amici pseudo-ambientalisti è una fonte RINNOVABILE ed ecologica, sì... ecologica pensi un po!

Eviti di scrivere in neretto (il mio è voluto per prenderla per il c...) ci vedo benissimo e nonostante sia davanti ad un bel caminetto (ne brucio circa 100 q.li annui) godo di ottima salute.....spero altrettando lei.

A risentirci....prenda una tisana che agitarsi fa male al cuore!

Risposta di Faber 08:51 - 17/12/11

Ospedale di Borgotaro, il cippato inquina.
L'esposto ad Arpa e la risposta di Usl
 
Abbiamo denunciato in questi giorni la grave situazione venutasi a creare all'ospedale di Borgotaro, dove una centrale a biomassa a cippato, inaugurata da pochi mesi, sta creando non pochi problemi all'ospedale stesso, degenti ed operatori compresi.
La segnalazione, sviluppata in un esposto ad Arpa, verteva su diversi aspetti della vicenda, mettendo alla berlina le false rassicurazioni inerenti la corretta impostazione del progetto e lo sviluppo della sua messa in pratica.
Ieri Arpa-Usl hanno risposto tramite l'ufficio stampa (non proprio l'organo maggiormente deputato, ma ci dobbiamo accontentare), ammettendo di fatto che qualcosa non funzioni.
I problemi della centrale termica a cippato all'interno dell'ospedale di Borgotaro rimangono diversi ed importanti, che qui è importante rimettere in evidenza, per far capire lo stato dell'arte della vicenda e cercare di porre rimedio a difetti macroscopici che fino a ieri erano stati del tutto ignorati, sostituiti da toni trionfalistici sull'aver realizzato un gioiello, che oggi si mostra appannato, e molto.
1) La tubazione in cui vengono convogliate le emissioni si presenta a livello del tetto, mentre dovrebbe esserci un camino più alto della sommità degli edifici di almeno 3 metri, per permettere un congruo allontanamento dei fumi
2) Una parte delle emissioni tende così a ristagnare all'interno dello spazio cortile dell'ospedale, soprattutto in caso di depressione delle condizioni atmosferiche, appestandone l'aria
3) Il ricambio d'aria delle sale di degenza e delle cucine, anche se attraverso i filtri, avviene pur sempre come scambio tra quella interna viziata e quella esterna, che con la nuova centrale si presenta nelle condizioni di cui sopra
4) La combustione di cippato di legna emette polveri sottili che nessun filtro a multiciclone, come quello esistente nell'impianto, può minimamente trattenere. La combustione della lignina e della cellulosa del cippato, inoltre, produce diossina che nessun filtro attuale può catturare.
La stessa Arpa, rispondendo alla nostra denuncia, comparsa su ParmaRepubblica.it del 15 dicembre scorso, ha dovuto ammettere che ripenserà alla possibilità di far applicare ulteriori sistemi di filtrazione.
Come dire, accidenti ci hanno beccato!
 
Giuliano Serioli

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Risposta di Rete Ambiente Parma 12:31 - 19/08/12

2012 : LA MINACCIA ALLA RINNOVABILITA' DEI BOSCHI



A partire dal 1995, l'utilizzazione annua in Italia dei boschi, da almeno un decennio si era stabilizzata sui cinque milioni di metri cubi. Supponendo che da un ceduo si ricavino in media 120 metri cubi per ettaro, risulterebbero essere stati tagliati circa trentatre mila ettari all'anno, che confrontati con la superficie di 3.663.000 ettari dei boschi cedui darebbero un tasso di utilizzazione di circa l'1% contro almeno il 4% che ci sarebbe da aspettarsi da un esercizio regolare al turno di venticinque anni applicato su tutti i cedui italiani.
Questi però erano dati del 2005.
Da allora la superficie del ceduo non è cambiata di molto, mentre le utilizzazioni sono grandemente aumentate. Nel 2009 nella provincia di Parma gli ettari richiesti al taglio sono stati circa 2.000 e la percezione è che stiano crescendo di molto.
Percezione confermata dalle voci allarmate di alcuni sindaci, ma soprattutto dall'analisi dei dati degli stessi operatori del settore.
Da Annalisa Paniz, studiosa dell’AIEL (Associazione Italiana Energie Agroforestali), viene la fotografia del settore che vede l’Italia prima in Europa anche nella produzione e vendita delle stufe a pellet. “Le biomasse legnose consumate dagli italiani nel 2012 saranno vicine ai 20 milioni di tonnellate: per l’80% (16 milioni di t.) costituite da legna da ardere e per il 9% da pellet (2 milioni). Di pellet l’Italia ne ha prodotto nel 2011 520.000 tonnellate (150.000 nel 2003) di cui solo 9.000 t. vendute sfuse. Coprendo la produzione interna solo il 28% della domanda, abbiamo avuto importazioni per 471.600 tonnellate nel 2009 e di ben 827.200 nel 2010, con previsioni per il 2012 di salire a 1.200.000. “Siamo l’unico paese mondiale a consumare quattro volte quanto produciamo”.

Sottolinea nel contempo la Coldiretti - sono stati importati in Italia ben 3,3 milioni di tonnellate di legna da ardere nelle diverse forme, pari a piu’ del triplo rispetto a venti anni fa. Una dimostrazione evidente - precisa la Coldiretti - del crescente interesse verso questa forma di energia che è diventata competitiva dal punto di vista economico.

Se quindi l'interesse, cioè la biomassa legnosa prelevabile annualmente senza pregiudicare la rinnovabilità, è stimata nel 4% del totale del ceduo presente nel nostro paese, 3.663.000 ha circa, e pari a 14.620.000 t. ; conoscendo la stima dei consumi previsti per il 2012, circa 16.000.000 di t. e quella della legna da ardere importata, 3.300.0000 t., si può arrivare facilmente alla stima della legna effettivamente tagliata, cioè 16.000.000 - 3.300.000 =
= 12.700.000 t. di legna, pericolosamente vicina alla soglia di rinnovabilità ( 14,6 mln )
Se però si aggiunge la previsione del pellet prodotto nel 2012, circa 800.000 t. si arriva a
13.500.000 t. di legna tagliata, pari al 92% dell'interesse, oltre il quale vien meno la sostenibilità.

Non basta la rinnovabilità del legname, lo star dentro i limiti dell'interesse, entro l'accrescimento annuo dei boschi.
Per poter essere definita sostenibile, la gestione forestale deve rispondere a criteri di difesa idrogeologica del suolo, a criteri paesaggistici e soprattutto che non cali l'assorbimento di CO2.
Ricordiamo che la teoria secondo la quale i boschi perdono con l’età la capacità di fissare CO2 si è dimostrata abbondantemente sbagliata.
Inoltre, Amorini et al. (2002), e Cutini (2006) hanno dimostrato che occorrono 5 anni perchè i parametri di copertura fogliare e di intercettazione della luce tornino al livello che si ha nel ceduo di 35 anni di età.
Questo vuol dire che ogni volta che si taglia un bosco, che si brucia il carbonio contenuto nella legna, non si ha somma zero delle emissioni di CO2, come sbandierato, ma zero + 2,5 anni di mancato assorbimento della CO2.
Da quel che resta di quel bosco ceduo verrà a mancare per alcuni anni l'assorbimento di CO2 da parte dall'apparato fogliare abbattuto.
Sempre secondo gli stessi autori il governo a ceduo nella captazione del carbonio ha anche una maggiore efficienza rispetto alla fustaia, cui le amministrazioni vogliono convertirlo.

C'è da considerare, inoltre, che il turno eccessivamente breve od economico dei tagli riduce il contenuto della sostanza organica nel suolo con conseguenze sulla capacità idrica e sull'assorbimento e sulla riduzione delle proprietà chimiche e fisiche.
Riteniamo che il bosco debba essere utilizzato diversamente rispetto al passato, quando era necessariamente ipersfruttato da una popolazione povera; tale sfruttamento, eticamente comprensibile, ha impoverito drammaticamente il suolo, minimizzato la biodiversità e causato dissesto idrogeologico.
E’ proprio per il fatto che i boschi siano già stati sottoposti in passato a gravi alterazioni che
necessitano di particolare attenzione per la loro conservazione.
Ciò vale anche per le colonizzazioni spontanee di aree precedentemente utilizzate come pascolo o come coltivo, realizzate disboscando il territorio. La ricolonizzazione forestale equivale a un recupero di naturalità.

In certi casi, è auspicabile addirittura una non gestione del bosco , per cui l'accumulo di massa raggiunge nel tempo un massimo (sicuramente superiore alla provvigione media attuale) ma poi non cresce più, compensandosi con la decomposizione del legno morto che crea humus necessario alla fertilità e al rinnovo del suolo.

Preoccupazioni del tutto avulse dagli intendimenti delle nostre amministrazioni.
Anzi, arrivano a dichiarare( Bricoli) che tutto il bosco che è ricresciuto spontaneamente in questi ultimi quarant'anni potrebbe essere tranquillamente tagliato ricuperando i prati di una volta . Amministratori che usano i finanziamenti europei per sviluppare il taglio industriale del bosco, sommando altri tagli a quelli dovuti alla speculazione sulla legna da ardere. Che usano i finanziamenti europei per impiantare centrali a cippato nei borghi, le quali non si limiteranno a produrre calore, ma anche elettricità come vuole già fare Monchio e come il governo Monti spinge a fare con gli incentivi.
Ed essendo il loro rendimento nel produrre elettricità bassissimo, dovranno bruciare dieci volte la legna che bruciano ora.
Davvero un bel contributo alla sostenibilità, oltre che alla salute dei cittadini per le emissioni nocive.

Parma 17-08-2012
Reteambienteparma
Serioli Giuliano


 
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